Il gatto diffidente è stato maltrattato?

Recentemente mi sono trovata a dibattere con un'amica, volontaria in gattile, riguardo a come viene percepita la diffidenza di certi gatti liberi nei confronti degli esseri umani. Un gatto come quello a cui ci riferivamo potremmo incontrarlo ovunque, qualcuno lo chiama ferale, qualcun altro semi-selvatico: non si fa avvicinare, prende distanza (o addirittura fugge) se osiamo fare un passo nella sua direzione o anche solo allungare una mano. Se abbiamo modo di incrociarlo con una certa frequenza potrebbe gradualmente ridurre la reazione di fuga nei nostri confronti ma resta comunque sulle sue o, al più, ci consente di assistere al suo pasto. A distanza, naturalmente. Dalla chiacchierata con la mia amica è venuto fuori che per questo tipo di gatto, normalmente, ciò che viene immaginato e attribuito rispetto al suo passato è che non si fida perché è stato sicuramente maltrattato da qualcuno.
L'idea ricorrente è che il gatto abbia subìto qualche esperienza traumatizzante (un abbandono o persino delle violenze fisiche) che lo abbia portato a perdere fiducia nell'uomo.
Non so perché questa interpretazione delle cose sia così radicata e non è mia intenzione investigarlo in questa sede. E' innegabile che nelle nostre cronache i casi di maltrattamento esistano ma ciò che voglio sottolineare in queste righe è che esiste una più semplice spiegazione di questa diffidenza estrema, assai più alla portata della vita quotidiana di gatti e persone e, statisticamente parlando, anche quella più probabile. Ed esserne consapevoli può fare una differenza gigantesca per il futuro questi animali. Gatti che si mostrano così riottosi ad avere una relazione amichevole con un essere umano è facile che siano, semplicemente, poco o per nulla socializzati.

Bisogna fare un passo indietro per capire il concetto.
I gatti non nascono con una fiducia innata nelle persone, non è parte del loro bagaglio genetico come la coda o la caccia. I gatti, tutti, nascono con una diffidenza innata verso la nostra specie per cui devono imparare con l'esperienza a fidarsi dell'essere umano, a rendersi conto che non è un potenziale predatore - sebbene ne abbia tutti i comportamenti e, soprattutto, il potere distruttivo - ma una specie con chi si possono stabilire dei rapporti di convivenza amichevoli.
Gatti diffidenti ad oltranza o che esprimono una sfiducia importante nei confronti degli esseri umani, anche di chi porta loro regolarmente da mangiare, non sono stati necessariamente maltrattati in passato. E' molto probabile che siano gatti normalissimi e sereni, felicemente adattati al loro ambiente che, però, non hanno mai imparato ad avere fiducia nell'uomo. In etologia si dice, appunto, che non sono socializzati agli esseri umani
Insomma, se un gatto non mostra fiducia nell'uomo, molto probabilmente non l'ha mai avuta
Non solo. Sono anche gatti che, costretti a vivere a stretto contatto con una persona o una famiglia, anche le più amorevoli e ben intenzionate, pagheranno un costo altissimo in termini di salute e qualità della vita a causa dello stress indotto quotidianamente dal condividere gli stessi spazi. I gatti che diffidano degli esseri umani ne hanno una paura atavica, profonda, inconciliabile e si stressano da morire (letteralmente, fino al limite di sviluppare malattie immuno-mediate) a vivere sotto lo stesso tetto, hanno bisogno di restare in libertà, dove poter scegliere sempre a che distanza porsi per sentirsi sicuri e restare in equilibrio psico-fisico. Può esporli a morte accidentale o malattie? Forse. Ma convivendo con l'uomo vivranno male con certezza.

"Vabbe', che problema c'è allora? A fidarsi glielo si insegna, con amore e pazienza!" starà già dicendo qualcuno. Ma le cose non sono così lineari.
Imparare a fidarsi delle specie umana, socializzare, è una cosa che i gatti possono fare solo entro un certo lasso di tempo dalla nascita. Oltre questo tempo e man mano che procede la crescita, per una serie di ragioni legate allo sviluppo e alla vita del cervello, per i gatti diventa progressivamente più difficile maturare questa idea. Gli esseri umani, nella mentalità del gatto, saranno sempre più individui buoni al più a fornire cibo ma meglio non farsi ingabbiare, acciuffare o toccare, significherebbe la morte!
E quanto è questo periodo di tempo utile a maturare un apprendimento così decisivo? Come tutte le esperienze fondanti della vita, anche questa va fatta in tenerissima età, entro le 7-8 settimane di vita al massimo, ci dicono gli studi.

Riassumendo,
se il gattino riesce a fare esperienze di contatto positive, di relazione (quindi non solo di offerta della ciotola piena) con l'essere umano entro le 7-8 settimane di vita, c'è la possibilità che diventi un gatto socievole, che si fida, che si fa aiutare, accarezzare, portare dal veterinario, visitare, insomma accudire in qualche misura. Ma se l'infanzia passa senza che il micio possa aver maturato questo apprendimento (perché non gli capita o perché vive isolato o perché la mamma gli ha insegnato altro), il gatto cresce forte e sereno lo stesso ma, semplicemente, manterrà valida la sua idea "istintiva" degli esseri umani come di potenziali predatori porta-guai che è più saggio tenere a distanza.
Sono concetti semplici e valgono praticamente per tutte le specie domestiche, eppure per i gatti fanno tutta la differenza del mondo: essere catturati, magari in pre-pubertà o peggio ancora da adulti, adottati forzatamente da una famiglia speranzosa che questi "imparino a fidarsi", segna uno spartiacque decisivo nella qualità della loro vita tra la possibilità di vivere sereni benché confrontandosi con l'ambiente esterno ed essere, invece, accuditi, alimentati, protetti ma in una condizione distruttiva per fisico e mente. E segna uno spartiacque tra la nostra capacità di essere utili e quella di essere nocivi alla vita di un gatto che non ha mai chiesto di essere "salvato".

Cercare di riscattare il passato di questi gatti dandoli in adozione nella convinzione che abbiano subito dei traumi, non è solo un'illusione dovuta ai limiti che lo sviluppo comportamentale impone ma è, spesso, un modo sbagliato di canalizzare la propria empatia. Gatti di questo genere, cresciuti ai margini delle comunità umane, ce ne sono molti e, per fare il loro bene, non c'è bisogno di rincorrere adottanti per riparare un torto che probabilmente non è mai esistito, togliendo peraltro la chance di una famiglia a gatti ben più adatti e adattabili a questo stile di vita. Anzi, sono gatti che desiderano restare dove stanno, per loro tenerci a distanza è un salvavita. Faranno buon uso del nostro supporto se li solleveremo dalla fatica del vivere con degli aiuti indiretti (cibo, rifugi), soprattutto nelle aree urbane, ma sono animali che per vivere in pienezza hanno bisogno di decidere di se stessi.


Post scriptum: qualcuno ha trovato contraddittorio questo scritto rispetto la propria esperienza, riportando di aver "addomesticato" gatti tra i 2 e i 6-8 mesi vedendoli diventare comunque socievoli. Sì, certo. Non c'è nessuna contraddizione con quanto scritto. Come ho sottolineato, la perdita della capacità di familiarizzare con l'uomo è un processo progressivo non avviene certo al compimento dei 2 mesi e un giorno. Questo significa che - anche in base al contributo della genetica - è possibile che gattini di 4-5 mesi siano ancora in una fase di sviluppo aperta a creare nuove forme di legame sociale e si "faccia in tempo" a costruire questo apprendimento. Il punto è che ce ne sono tanti altri che, anche a 3 mesi, questa fase l'hanno già superata e sono loro i più a rischio di vedersi coattivamente assegnare una vita che non desiderano. Inoltre, mi preme sottolineare che, spesso, quello che noi chiamiamo "addomesticamento" di un gatto inizialmente molto diffidente è solo un adattamento sociale nei confronti di specifiche persone che nulla ha a che vedere con la capacità di viversi con fiducia il mondo degli umani, capacità indispensabile per ambire ad una vita sociale soddisfacente e che solo una ricca esperienza precoce di socializzazione può garantire, con il massimo della sua efficacia tra le 2-8 settimane di vita.

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